21 Dic 2019Stedo srl

Videosorveglianza: quando non è consentita?

Videosorveglianza: quando non è consentita?
Videosorveglianza: quando non è consentita?

Il presupposto è la libertà dei cittadini

L’attività di videosorveglianza è considerata estremamente invasiva, e per questo l’Autorità Garante per la tutela dei dati personali le ha dedicato vari provvedimenti generali.

Ogni installazione di telecamere di videosorveglianza che avvenga in luoghi, aperti o chiusi, frequentati dal pubblico – quali strade, piazze, negozi, centri commerciali, uffici, aziende – è disciplinata da regolamenti e provvedimenti ai quali è bene attenersi se non si vuole violare il diritto alla privacy dei cittadini e incorrere in sanzioni penali.

Il provvedimento generale dell’8 aprile 2010 fissa dei requisiti più stringenti per evitare che l’attività di videosorveglianza si espanda fino a limitare i diritti dei cittadini. In particolare, il Garante ha determinato con esso il bilanciamento tra i diritti dei cittadini, la sicurezza e la prevenzione dei reati

Il presupposto è la libertà dei cittadini, i quali devono poter circolare nei luoghi pubblici senza dover subire ingerenze eccessive nella loro privacy. Allo stesso tempo, occorre anche contemperare tali necessità con le esigenze di sicurezza delle persone. Quindi, il Garante ha stabilito che l’attività di videosorveglianza è consentita se sono rispettati i seguenti principi:

  • liceità;
  • necessità;
  • proporzionalità;
  • finalità.

La videosorveglianza è lecita se è funzionale allo svolgimento delle funzioni istituzionali, quando si tratta di enti pubblici; oppure, nel caso di privati o enti pubblici economici, se sono rispettati gli obblighi di legge (in particolare le norme del Codice penale che vietano le intercettazioni di comunicazioni e conversazioni).

Il requisito della necessità limita l’uso di sistemi di videosorveglianza ai soli casi nei quali l’obiettivo non può essere raggiunto con modalità diverse.

Il requisito di proporzionalità obbliga a ricorrere alle telecamere solo come ultima misura di controllo, cioè quando altre misure si siano rivelate insufficienti oppure inattuabili.

Il principio di finalità stabilisce che chi installa le telecamere può perseguire solo fini di sua pertinenza, cioè può utilizzare le telecamere solo per il controllo della sua attività, ma non può mai utilizzare le telecamere per finalità esclusivamente di sicurezza pubblica, che sono, invece, di competenza delle autorità giudiziarie ed amministrative.

Per installare un impianto di videosorveglianza non è necessario ottenere il consenso preventivo dei soggetti ripresi, purché siano rigorosamente rispettate le modalità indicate dal Garante e servano a tutelare beni e persone da aggressioni o a prevenire incendi o a garantire la sicurezza del lavoro.

Occorre, quindi, apporre anticipatamente un cartello informativo, sul modello indicato dal Garante, che avverta i cittadini quando entrano in una zona controllata da telecamere. Il cartello deve essere apposto prima dell’inizio dell’area delle riprese, deve essere chiaramente visibile anche di notte, e indicare la finalità delle registrazioni.

 

Le riprese possono essere conservate fino a 24 ore, termine che può essere elevato in caso di esigenze che giustifichino l’ulteriore conservazione in relazione a giorni di festività o chiusura di uffici o esercizi, nonché nel caso in cui si debba osservare una specifica richiesta investigativa dell’autorità giudiziaria.

In alcuni casi specifici (es. banche), è ammesso il prolungamento dei tempi di conservazione fino a 7 giorni. Per gli enti locali, per motivi di sicurezza urbana, il termine è di 7 giorni, ai sensi dell’art. 6, DL 23 febbraio 2009, n. 11. Per andare oltre i 7 giorni occorrono situazioni veramente eccezionali, previo controllo da parte del Garante, o specifiche richieste dell’autorità giudiziaria.

 

 

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